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L’auto che invecchia con te I desideri esauditi in un clic

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I desideri esauditi in un clic
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April 8, 2014
TECNOLOGIA
L’auto che invecchia con te I desideri esauditi in un clic
Si sviluppano i software per anticipare i bisogni degli utenti Già attivi Google Now e MindMeld. Con qualche dubbio

Eric Schmidt, l’ex amministratore delegato del motore di ricerca più famoso del mondo, in un’intervista al «Wall Street Journal» del 2010 l’aveva detto a modo suo: «Penso che molte persone in realtà non vogliano che Google si limiti a rispondere alle loro domande. Vogliono che Google dica loro quello che devono fare in seguito». L’affermazione aveva qualcosa di inquietante e non fu ben digerita da molti commentatori, preoccupati da un futuro in cui Mountain View sembrava candidarsi a recitare la parte del grande burattinaio.
Quattro anni dopo, almeno una parte della visione di Schmidt sembra iniziare a concretizzarsi. Grazie anche alla diffusione di dispositivi mobili come smartphone e tablet, si stanno imponendo software che usano le informazioni prodotte da un soggetto o reperite online — ad esempio, la posizione geografica, i post sui social network, le email, le condizioni meteorologiche a una certa ora del giorno o gli appuntamenti segnati sul calendario personale — per cercare di tracciarne schemi comportamentali e anticiparne le esigenze. Gli esperti, per riferirsi a questo fenomeno, parlano dell’arrivo dell’anticipatory(o predictive) computing; due termini usati in modo interscambiabile che però racchiudono sfumature di significato diverse. «A mano a mano che la società e la nostra vita quotidiana si fanno più complesse — racconta a “la Lettura” Andreas Weigend, direttore del Social Data Lab di Stanford — in molti casi la soluzione migliore è quella di mettersi nelle mani di un software, e lasciare che sbrighi una parte del lavoro per noi».
In prima fila nel computing predittivo c’è proprio la società ora guidata da Larry Page, che ha lanciato nel 2012 Google Now, un’applicazione per sistema operativo Android e iOs che — un po’ come l’assistente vocale Siri di Apple — funge da maggiordomo personale dell’utente. «Se mi trovo a San Francisco — spiega Weigend — e devo raggiungere Stanford, mi affido a Google Now affinché mi suggerisca quando partire, sulla base delle informazioni sul traffico. O, se devo andare in aeroporto, l’applicazione mi avvisa a che ora uscire di casa in modo da non perdere il volo».
Un altro esempio di software predittivo è MindMeld, pensato per funzionare in sottofondo durante le videoconferenze via Skype. È in grado di ascoltare contemporaneamente fino a otto persone che partecipano a una conversazione e fornire suggerimenti sulla base delle parole pronunciate. Un partecipante si presenta, ad esempio, ed ecco apparire sullo schermo informazioni biografiche sul suo conto. Fa molto Star Trek, ma è solo l’inizio: un gioco di prestigio a effetto, ottenuto semplicemente combinando e rendendo disponibili al momento giusto informazione accessibili a chiunque disponga di una connessione al web. «Il prossimo passo — racconta Weigend — è aggiungere gli stati emozionali personali ai dati che i computer analizzeranno».
Esistono già sul mercato dei gadget che consentono di monitorare la qualità del sonno: braccialetti, fasce elastiche, materassini gonfiabili zeppi di sensori che registrano ogni movimento e il ritmo cardiaco di chi dorme. In un futuro non troppo remoto, e con la diffusione dell’«internet delle cose» — oggetti intelligenti collegati fra loro e alla rete — la nostra casa iperconnessa potrebbe sapere che abbiamo dormito male e svegliarci con una musica carezzevole, per poi prepararci un caffè bello forte. Fantastico, dicono alcuni. Un incubo ribattono altri, che vedono nel computing predittivo l’ennesimo stratagemma con cui società private raccolgono informazioni sempre più dettagliate sugli utenti, da rivendere per fini commerciali. «Il problema — sottolinea Mihai Nadin, direttore di Anté, l’istituto per la ricerca sui sistemi anticipatori dell’Università di Dallas — non sta nello scambiare dati con chi interagiamo consapevolmente. Il problema si pone se averli concessi per una transazione implica essere coinvolti — senza volerlo — anche in altre. Se do il mio indirizzo ai pompieri per spegnere un incendio, non mi aspetto che lo girino ad altri che si offrono di ripararmi la casa».
Nadin sottolinea la differenza fra anticipazione vera e propria, il suo filone di lavoro, e predizione. «In Silicon Valley — dice — parlano di anticipare le esigenze, quando in realtà tutto quello che fanno è cercare di ricavare delle generalizzazioni sulla base di pattern di comportamento. Ma l’anticipazione non ha niente a che vedere con gli schemi comportamentali. Potrei reagire in un certo modo a un terremoto qui oggi in Texas e in un modo totalmente diverso a un altro terremoto a San Francisco».
Per Nadin un sistema anticipatorio non dipende solo dagli stati passati, ma anche dai possibili stati futuri. Un sistema che si adatta, che impara, come gli organismi viventi. Frutto di questo approccio è il progetto di aging car, un’automobile che si adatta all’invecchiare del conducente: una rete di sensori misura l’appannamento dei riflessi, l’indebolimento della vista e reagisce di conseguenza, aiutando il conducente. L’Anté ci ha lavorato assieme ad Audi e Daimler-Chrysler. «Parte del lavoro che abbiamo fatto — afferma lo studioso — è già realtà. Audi ne ha inseriti alcuni elementi nei suoi ultimi modelli. Altre idee sono state riprese in progetti futuristici, come quelli relativi alle automobili che si guidano da sole». Che predìcano o anticipino, una cosa è certa: i computer ci preparano un futuro con meno affanni. Chiedendo cosa, in cambio, è ancora da vedere.
Federico Guerrini
Twitter @fedeguerrini


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